sabato 31 ottobre 2026

Secondo il TAR Emilia-Romagna, il rinnovo non può essere svuotato di durata dai ritardi

Secondo il TAR Emilia-Romagna, il rinnovo del permesso di soggiorno non può essere svuotato di durata dai ritardi della Questura

La sentenza del TAR Emilia-Romagna n. 783 del 30 giugno 2025 affronta un problema di notevole rilievo pratico: un permesso materialmente consegnato con grande ritardo può recare una scadenza calcolata in modo tale da ridurne drasticamente la durata effettiva? Il giudice amministrativo è intervenuto sulla posizione di una cittadina originaria del Togo, madre di due figli, titolare di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Il caso concreto

L'interessata aveva chiesto il rinnovo del permesso per motivi familiari alla Questura di Ferrara. Il documento era stato consegnato dopo una lunga attesa, ma con una data iniziale retrodatata di circa quindici mesi. Di conseguenza, la validità residua del titolo risultava sensibilmente inferiore a quella che la sua tipologia avrebbe dovuto assicurare.

Il principio del TAR

Con la sentenza n. 783/2025, il TAR ha censurato la datazione del permesso e disposto la rettifica della sua scadenza. L'amministrazione non può far gravare sul cittadino straniero, attraverso la durata puramente nominale del documento, le conseguenze del proprio ritardo nel rilascio. Il principio va tuttavia riferito alla fattispecie e alla disciplina del titolo considerato: la pronuncia non sostituisce tutte le regole sui termini di decorrenza previste per permessi differenti.

Perché non è una questione meramente burocratica

Un documento quasi scaduto al momento della consegna può costringere a iniziare subito una nuova procedura, con ulteriori costi, appuntamenti e incertezze amministrative. La durata effettiva non è un dettaglio, ma un elemento della funzione stessa del titolo. La tutela giudiziaria mira a evitare che l'inerzia dell'ufficio neutralizzi la protezione temporale prevista dal legislatore.

Come affrontare una situazione analoga

Il primo controllo riguarda le date: domanda di rinnovo, appuntamenti, eventuale decisione, produzione del documento e consegna materiale. È opportuno conservare ricevute postali, convocazioni, comunicazioni, copia del precedente permesso e del nuovo titolo. Se la data di scadenza sembra erronea, occorre valutare una richiesta motivata di rettifica alla Questura, spiegando il regime giuridico applicabile.

La tutela contro il diniego

Se l'ufficio non corregge il documento, il professionista deve individuare l'atto contestabile, l'autorità competente e il rimedio processuale appropriato. Non tutte le controversie relative alla validità dei permessi hanno identico oggetto o seguono necessariamente lo stesso percorso processuale. Il precedente del TAR è utile soprattutto per dimostrare l'esigenza di un titolo concretamente fruibile.

Conclusione

La sentenza richiama un principio generale di buona amministrazione: la durata di un'autorizzazione non dovrebbe essere trasformata in una finzione dagli stessi tempi di gestione dell'ufficio. La verifica rimane individuale, ma date e documenti possono offrire una prova oggettiva dell'effetto pregiudizievole dei ritardi.

Pronuncia e fonte

TAR Emilia-Romagna, sentenza n. 783 del 30 giugno 2025. Ricostruzione del caso e testo della decisione, Melting Pot Europa, 9 luglio 2025.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell'autore.

Secondo il TAR Lazio, il diniego di cittadinanza fondato su un caso di omonimia richiede un'istruttoria accurata

Secondo il TAR Lazio, il diniego di cittadinanza fondato su un caso di omonimia richiede un'istruttoria accurata

Una sentenza penale riferita a un omonimo può giustificare il diniego di cittadinanza italiana? Il TAR Lazio, con sentenza n. 16780 del 29 settembre 2025, ha affrontato un caso in cui l'amministrazione aveva attribuito al richiedente elementi negativi senza chiarire adeguatamente la corrispondenza dell'identità.

La controversia

Il Ministero aveva respinto una domanda di cittadinanza richiamando una sentenza del Tribunale di Cremona. Nel processo amministrativo è emerso un verbale dei Carabinieri di Asti che, attraverso una consultazione delle banche dati, distingueva due persone con lo stesso nominativo: una regolarmente soggiornante, l'altra in posizione irregolare e associata a un alias. Il problema decisivo era stabilire a quale delle due persone dovessero essere imputati i fatti negativi posti a fondamento del rifiuto.

Il contraddittorio procedimentale

Il TAR ha individuato anzitutto un vizio procedimentale: non vi era prova che l'amministrazione avesse notificato il preavviso di rigetto previsto dall'articolo 10-bis della legge 241/1990. Questa omissione aveva impedito al richiedente di chiarire l'equivoco in sede amministrativa e di produrre tempestivamente il verbale dei Carabinieri. Il preavviso, quando dovuto, non è dunque una formula rituale, ma uno strumento per integrare l'istruttoria prima della decisione.

Il difetto di istruttoria sull'identità

Il secondo vizio riguardava la motivazione. L'amministrazione non aveva spiegato sulla base di quali riscontri avesse attribuito al ricorrente, anziché all'omonimo, la sentenza penale. Secondo il giudice, questa verifica era necessaria prima di fondare sul dato contestato una decisione sfavorevole. Il TAR ha annullato il diniego e richiesto un nuovo esame, con contraddittorio e accertamenti identitari puntuali.

Le ricadute operative

Nei procedimenti di cittadinanza è opportuno controllare attentamente dati anagrafici, eventuali alias, luoghi e date di nascita, numeri identificativi e precedenti provvedimenti. Se viene prospettata una condanna apparentemente riferita al richiedente, non basta una smentita generica: possono essere essenziali documenti d'identità, certificazioni e risultanze ufficiali che distinguano le persone. La partecipazione al procedimento permette di risolvere l'errore prima del contenzioso, ove l'amministrazione rispetti l'obbligo di comunicazione previsto dalla legge.

Cosa non stabilisce la sentenza

L'annullamento per vizi procedimentali e istruttori non equivale al riconoscimento automatico della cittadinanza. L'amministrazione mantiene il dovere di verificare gli altri requisiti e di concludere il procedimento con un provvedimento legittimo e motivato. La decisione dimostra, tuttavia, che un elemento negativo non può essere imputato a una persona senza adeguata verifica dell'identità.

Pronuncia e fonte

TAR Lazio, sentenza n. 16780 del 29 settembre 2025. Scheda di ricostruzione: Melting Pot Europa, 17 aprile 2026.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Según el TAR de Las Marcas, la conversión de protección especial exige respetar las normas transitorias

Según el TAR de Las Marcas, la conversión de la protección especial en permiso de trabajo exige respetar las normas transitorias

La posibilidad de convertir un permiso de residencia por protección especial en otro por trabajo depende, entre otros factores, del régimen jurídico aplicable en el tiempo. La sentencia n.º 496 del Tribunal Administrativo Regional de Las Marcas, de 13 de junio de 2025, se ocupa de una denegación fundamentada en las restricciones introducidas por el Decreto-ley 20/2023.

El caso

Una persona extranjera había obtenido el reconocimiento de la protección especial después de una resolución judicial que anuló una decisión negativa de la Comisión Territorial. Posteriormente solicitó convertir ese título en un permiso de trabajo subordinado. La Questura rechazó la solicitud al entender que la prohibición de conversión introducida en 2023 era aplicable a su situación.

El razonamiento judicial

El TAR de Las Marcas consideró incorrecta esa aplicación de la nueva normativa al caso concreto. La decisión hizo referencia a la circular del Ministerio del Interior de 31 de mayo de 2024, emitida a la luz de un dictamen de la Abogacía General del Estado italiano, sobre determinadas situaciones en las que la conversión podía continuar siendo posible. El eje de la controversia era la relación entre la fecha y el origen jurídico del derecho de protección y las posteriores modificaciones legales, no una facultad general e ilimitada de convertir cualquier permiso especial.

La importancia de distinguir los supuestos

En materia de inmigración es frecuente que una solicitud, una resolución administrativa y una sentencia lleguen en momentos distintos. Si la protección especial se reconoció judicialmente después de una controversia iniciada bajo un régimen anterior, no basta con mirar la fecha de impresión del permiso. Es necesario reconstruir la secuencia del expediente y determinar qué disposiciones transitorias rigen la conversión.

Documentos que conviene reunir

La persona interesada debe conservar la solicitud inicial de protección, los actos de la Comisión Territorial, la sentencia que reconoció la protección, el permiso expedido y el expediente de conversión. Debe añadirse la documentación del empleo propuesto, sin olvidar que la existencia de un contrato no elimina por sí misma los requisitos legales de conversión. Si se ha recibido una denegación, es imprescindible comprobar su motivación y la fecha de notificación para valorar la impugnación.

Qué no significa esta sentencia

El fallo no restablece de manera general la convertibilidad de todos los permisos por protección especial ni deja sin efecto las reformas legislativas. Tampoco decide que el permiso deba convertirse siempre que exista empleo. La conclusión judicial depende de la situación transitoria del solicitante y de las normas que gobernaban su título. Su utilidad consiste en recordar que la Administración no debe aplicar restricciones nuevas sin examinar si jurídicamente alcanzan la situación examinada.

Referencia judicial

TAR Marche, sentencia n.º 496 de 13 de junio de 2025. Fuente y comentario del caso: Melting Pot Europa, 14 de julio de 2025.


Avv. Fabio Loscerbo
Abogado habilitado para ejercer ante el Tribunal Supremo de Casación de Italia
Inscrito en el Registro de representantes de intereses de la Cámara de Diputados italiana en materia de inmigración
Representante de intereses inscrito en el Registro de Transparencia de la Unión Europea con el n.º 280782895721-36 en materia de Migración y Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Artículo elaborado con la asistencia de herramientas de inteligencia artificial, bajo la dirección, revisión y responsabilidad editorial del autor.

Secondo il TAR Lazio, il silenzio della Prefettura sul contratto di soggiorno può essere impugnato

Secondo il TAR Lazio, l'inerzia della Prefettura sulla firma del contratto di soggiorno può essere impugnata

La sentenza del TAR Lazio, Sezione I-ter, 17 febbraio 2026, n. 3307, R.G. 7270/2025, affronta un problema concreto del decreto flussi: il lavoratore entra regolarmente in Italia, ma la Prefettura non provvede a convocarlo per la sottoscrizione del contratto di soggiorno, ostacolando il completamento della procedura.

La fattispecie

Il ricorrente, cittadino del Bangladesh, aveva ottenuto un nulla osta al lavoro subordinato il 2 maggio 2023. Nonostante il percorso amministrativo avviato e l'ingresso regolare, la procedura non giungeva a conclusione per la mancata convocazione in Prefettura. La controversia coinvolgeva sia la posizione assunta dalla Questura sia l'inerzia dello Sportello unico per l'immigrazione.

La decisione del giudice

Il TAR ha pronunciato sentenza in forma semplificata ai sensi dell'art. 60 c.p.a. Ha respinto il ricorso principale diretto contro il provvedimento della Questura, ma ha accolto i motivi aggiunti proposti avverso il silenzio-inadempimento della Prefettura. Questa distinzione è essenziale: la decisione non rappresenta un accoglimento indiscriminato di ogni pretesa dello straniero, bensì individua il segmento procedimentale nel quale sussiste l'obbligo amministrativo di provvedere.

Il ruolo delle due amministrazioni

Nel procedimento per lavoro subordinato, lo Sportello unico e la Questura esercitano funzioni differenti. Le attività connesse al nulla osta e al contratto di soggiorno non possono essere automaticamente trasferite all'autorità di pubblica sicurezza. Quando manca un adempimento preliminare della Prefettura, il difensore deve individuare l'autorità tenuta ad agire, evitando impugnazioni formulate contro un ufficio per condotte imputabili a un altro.

Rimedio al silenzio e prove necessarie

Il ricorso sul silenzio ai sensi degli artt. 31 e 117 c.p.a. mira a ottenere l'accertamento dell'obbligo di concludere il procedimento, secondo i presupposti e i termini applicabili. Non coincide necessariamente con un giudizio sul diritto al rilascio del permesso finale. È fondamentale documentare il nulla osta, l'ingresso, le comunicazioni con lo Sportello unico, le richieste di convocazione, eventuali solleciti e i provvedimenti sopravvenuti.

Le ricadute per il decreto flussi

Una procedura rimasta sospesa per l'omissione di un appuntamento può generare incertezza sul soggiorno e sulle possibilità di lavoro. La tutela del silenzio ha proprio la funzione di impedire che un obbligo amministrativo rimanga ineseguito senza controllo giudiziale. Resta comunque necessario distinguere l'obbligo di provvedere dall'eventuale esito sostanziale della pratica, che dipende dai requisiti di legge.

Riferimento e fonte

TAR Lazio, Sezione I-ter, sentenza 17 febbraio 2026, n. 3307, R.G. 7270/2025. Commento e riferimenti alla decisione, Melting Pot Europa, 9 marzo 2026.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
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venerdì 30 ottobre 2026

Secondo il TAR Veneto, la scadenza del permesso per tirocinio non impedisce automaticamente la conversione

Secondo il TAR Veneto, la scadenza del permesso per tirocinio non impedisce automaticamente la conversione in lavoro subordinato

Il passaggio dal tirocinio al lavoro rappresenta una fase particolarmente delicata del percorso di soggiorno dello straniero. La sentenza del TAR Veneto n. 1711 del 4 luglio 2024 affronta una questione pratica: la scadenza del titolo originario può essere considerata, da sola, ragione sufficiente per respingere una domanda di conversione?

La fattispecie

Il ricorrente aveva richiesto la conversione del permesso per tirocinio in permesso per lavoro subordinato. La Prefettura di Padova aveva respinto l'istanza con un provvedimento notificato il 21 febbraio 2024, sostenendo che la domanda fosse tardiva poiché il permesso originario era scaduto prima dell'intervento normativo del decreto-legge 20/2023. L'interessato ha impugnato il diniego, prospettando vizi di istruttoria, motivazione e interpretazione della disciplina applicabile.

Il principio ricavabile dalla decisione

Il TAR Veneto ha affrontato l'erroneità di un approccio fondato sulla sola scadenza del permesso originario, nel contesto della conversione da tirocinio a lavoro subordinato. La controversia richiedeva l'esame della disciplina specifica, anche con riferimento all'art. 14, comma 6, del DPR 394/1999 e alle modifiche normative sopravvenute. Il principio pratico è che la scadenza non va trasformata in un automatismo ostativo sganciato dalle regole applicabili al titolo e alla fattispecie.

Che cosa controllare prima della conversione

La documentazione dovrebbe consentire di ricostruire il titolo posseduto, la sua scadenza, il momento della domanda, le condizioni del tirocinio e il rapporto di lavoro proposto. È indispensabile verificare la disciplina temporalmente applicabile e distinguere le conversioni possibili senza quote da quelle eventualmente soggette a condizioni ulteriori. L'esistenza di un datore disponibile all'assunzione non sostituisce di per sé le verifiche richieste dalla legge.

In caso di diniego

Un rigetto fondato esclusivamente sull'asserita tardività richiede di esaminare il contenuto del provvedimento, la data di notificazione e gli atti istruttori. Il difensore dovrà accertare se l'amministrazione abbia considerato la tipologia di permesso e il quadro legislativo pertinente. Non ogni conversione di un titolo scaduto è ammissibile: il giudizio deve rimanere individuale e rispettare i presupposti normativi.

Il valore della motivazione

La decisione mostra perché una corretta motivazione amministrativa sia essenziale. L'amministrazione deve collegare l'eventuale motivo ostativo al regime effettivamente applicabile, senza ridurre situazioni giuridiche diverse a un'unica formula. Il richiedente, dal canto suo, deve provare i presupposti di fatto e rispettare le forme procedurali vigenti.

Pronuncia e fonte

TAR Veneto, sentenza n. 1711 del 4 luglio 2024, relativa alla conversione da tirocinio a lavoro subordinato. Fonte e ricostruzione del caso: Melting Pot Europa, 8 luglio 2024.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
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Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

According to the Court of Bologna, requesting special protection and temporary documentation

According to the Court of Bologna, requesting special protection raises questions about the legal status of the applicant while the case is pending

The recognition of a right to seek protection is incomplete if a person is left without any clear documentary position during the assessment. The Ordinary Court of Bologna addressed this issue in proceedings R.G. 10573/2022, decision no. 758/2023. The case concerns the legal treatment of a person who applied directly for special protection under the rules then in force.

Why the case matters

Italian law distinguishes international protection, assessed through the refugee and subsidiary-protection system, from national forms of complementary protection. Yet both involve fundamental safeguards against removal. The practical question is what documentation can establish the applicant's position while a request for national special protection is being assessed. Without suitable documentation, accessing lawful employment and essential services may become uncertain.

The judicial approach

The Bologna decision is cited in the specialist legal literature among rulings considering the status of applicants who directly requested special protection and the possibility of issuing temporary documentation analogous to that used in asylum proceedings. The underlying reasoning treats special protection as part of a broader system of guarantees, while recognising the difference between filing an application and receiving a final positive decision. It would be incorrect to infer from this ruling that every person requesting special protection automatically satisfies the substantive conditions for its recognition.

The importance of dates

The legal framework was significantly amended by Decree-Law 20/2023, subsequently converted into Law 50/2023. Applications filed under earlier provisions may require a different transitional analysis from later applications. Professionals must therefore establish the exact date on which the intention to apply was communicated, the authority involved and the content of any response. A generic description of the rules as they existed in 2023 cannot replace analysis under the law applicable to a new application in 2026.

Practical documentation

Applicants should retain copies of any written application, certified-email delivery evidence, appointments, official replies and receipts. They should also document relevant facts concerning the risk of removal and personal circumstances. If a Questura does not process the request, the appropriate legal remedy should be assessed individually. A judicial order concerning access to a procedure or temporary documentation is not equivalent to a final decision granting a residence permit.

What the precedent does and does not establish

The broader lesson is that administrative procedure must make fundamental safeguards effective. The precise outcome of a case depends on its governing legislation, the documents submitted and the requested relief. This is especially important after statutory amendments: a historical ruling may illuminate legal principles without mechanically determining contemporary cases.

Judicial reference and verifiable source

Ordinary Court of Bologna, decision no. 758/2023, R.G. 10573/2022. The ruling is identified in ASGI's legal analysis of the 2023 special-protection reform, which discusses temporary documentation and transitional issues. The complete original judgment should be consulted before using the case in litigation.


Avv. Fabio Loscerbo
Lawyer authorised to practise before the Italian Court of Cassation
Registered in the Italian Chamber of Deputies' register of interest representatives in the field of immigration
Registered lobbyist in the European Union Transparency Register, no. 280782895721-36, in the field of Migration and Asylum
ORCID: 0009-0004-7030-0428

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Selon le TAR du Latium, la conversion du titre pour assistance aux mineurs exige un examen individualisé

Selon le TAR du Latium, la conversion d'un titre de séjour pour assistance aux mineurs doit être examinée à la lumière du parcours réel de l'intéressée

Un titre de séjour obtenu pour assister un enfant mineur peut-il, dans certaines circonstances, être converti en titre pour travail ? Le Tribunal administratif régional du Latium s'est prononcé dans son jugement n° 2935/2018 sur une situation singulière, où l'administration avait opposé une interdiction de principe. Cette décision mérite une lecture attentive, sans en déduire que toutes les conversions sont désormais autorisées.

Les faits

La requérante était arrivée en Italie en 1996 alors qu'elle était encore mineure. Devenue mère en 1997, elle avait été accueillie avec son enfant dans des structures d'assistance. Après sa majorité, son parcours l'avait amenée à bénéficier de l'autorisation de séjour liée à l'assistance d'un mineur, relevant de l'article 31, paragraphe 3, du décret législatif 286/1998. Elle avait ensuite demandé la conversion de son titre en permis pour travail. La Questura de Viterbe avait refusé, considérant que cette conversion était exclue.

La question juridique

Le litige ne portait pas seulement sur l'interprétation littérale d'une disposition relative à la conversion. La situation personnelle de la requérante, la durée de sa présence régulière et son parcours en Italie soulevaient la question de savoir s'il fallait procéder à une appréciation globale du système légal. Le jugement est cité dans la doctrine spécialisée comme une décision qui dépasse la lecture d'une interdiction absolue de conversion.

La portée de la décision

Dans son jugement n° 2935/2018, le TAR du Latium a annulé le refus opposé par la Questura. Il a pris en considération les caractéristiques exceptionnelles de la situation ainsi que le temps passé régulièrement en Italie. Il ne s'agit pas d'un droit automatique de conversion applicable à chaque titulaire d'un permis pour assistance aux mineurs. Les règles pertinentes doivent être interprétées à la lumière des faits individuels, et il faut aussi tenir compte des modifications législatives intervenues depuis 2018.

Les implications pour les familles

Lorsqu'une autorisation de séjour accordée en raison de la situation d'un enfant arrive à son terme, la famille devrait examiner suffisamment tôt les possibilités légales permettant la poursuite du séjour. Il importe de conserver les autorisations judiciaires, les anciens permis, les preuves d'emploi, les documents de résidence et les éléments relatifs à la vie familiale. Un refus administratif motivé par une impossibilité générale mérite une analyse juridique précise, mais les conclusions dépendent du régime en vigueur à la date de la demande.

La méthode pour les praticiens

Il faut distinguer trois éléments : les conditions d'obtention du titre initial, les règles applicables à la conversion envisagée et les faits personnels qui peuvent rendre pertinente une appréciation individualisée. Le recours contre un refus doit identifier la base normative exacte utilisée par l'administration, vérifier les délais et déterminer si des éléments nouveaux ont été ignorés. Ce précédent ne dispense ni de l'examen du texte actuel ni de l'analyse de la jurisprudence postérieure.

Décision et source vérifiable

TAR Lazio, jugement n° 2935/2018, relatif au refus de conversion d'un titre de séjour pour « assistance aux mineurs » en titre pour travail par la Questura de Viterbe. Présentation du cas dans la revue juridique Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, fascicule 2/2018. L'arrêt complet doit être vérifié pour toute utilisation contentieuse.


Avv. Fabio Loscerbo
Avocat habilité à exercer devant la Cour de cassation italienne
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Représentant d'intérêts inscrit au Registre de transparence de l'Union européenne sous le n° 280782895721-36 en matière de migration et d'asile
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Secondo il TAR Veneto, i ritardi dei kit postali richiedono spiegazioni verificabili

Secondo il TAR Veneto, i ritardi dei kit postali per il permesso di soggiorno richiedono dati e spiegazioni verificabili

Con l'ordinanza istruttoria n. 1487/2026, pubblicata il 3 luglio 2026, il TAR Veneto, Sezione III, ha affrontato il problema dei ritardi sistematici nei procedimenti di rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno gestiti mediante kit postale dalla Questura di Vicenza. La controversia riguarda l'efficienza amministrativa, non il riconoscimento automatico del diritto al rilascio del titolo per ogni singolo richiedente.

La vicenda

Undici cittadini stranieri e alcune associazioni hanno promosso una class action pubblica contro il Ministero dell'Interno e la Questura, denunciando un malfunzionamento diffuso delle procedure. Il meccanismo postale consente di inoltrare determinate domande, ma l'invio del kit non coincide con la conclusione del procedimento: seguono convocazioni, verifiche e la decisione dell'amministrazione.

Il contenuto dell'ordinanza

Il TAR ha disposto un approfondimento istruttorio, chiedendo elementi utili alla valutazione della situazione organizzativa. Si tratta di una pronuncia interlocutoria: non va presentata come una sentenza definitiva che abbia già accolto ogni richiesta o accertato automaticamente tutte le violazioni lamentate. Il suo valore consiste nella richiesta di una verifica documentata, capace di distinguere singoli ritardi e inefficienza strutturale.

La funzione della class action pubblica

L'azione collettiva contro l'inefficienza amministrativa, disciplinata dal d.lgs. 198/2009, mira al ripristino del corretto funzionamento di servizi e funzioni pubbliche. Non sostituisce la tutela individuale volta a ottenere un provvedimento in una pratica specifica. Per l'avvocato è quindi essenziale separare il piano sistemico, che richiede prove aggregate, dal piano personale, in cui contano la domanda, gli atti istruttori, i termini e le ragioni dell'eventuale omissione.

Come tutelare una pratica in ritardo

Occorre conservare la ricevuta postale, il codice della pratica, le convocazioni, ogni richiesta di integrazione documentale e le comunicazioni con la Questura. La verifica giuridica deve riguardare il tipo di permesso domandato, il regime dei termini applicabili e gli eventuali rimedi per l'inerzia. La disponibilità di una ricevuta non deve essere confusa con un accoglimento definitivo della domanda, mentre l'eccessiva durata del procedimento non dovrebbe essere considerata normale o irrilevante.

L'importanza della prova organizzativa

Le amministrazioni devono poter rendere conto dei tempi, dell'arretrato e delle misure adottate. L'istruttoria giudiziale può contribuire a mettere in relazione l'esperienza dei singoli con il funzionamento complessivo dell'ufficio. Il giudizio sull'effettiva responsabilità e sugli interventi necessari richiede però l'esame degli elementi acquisiti e della successiva decisione.

Pronuncia e fonte

TAR Veneto, Sezione III, ordinanza n. 1487/2026, pubblicata il 3 luglio 2026, relativa alla Questura di Vicenza. ASGI, giurisprudenza, notizia del 14 agosto 2026 sulla class action per i kit postali.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
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Secondo il TAR Lazio, il permesso non può essere consegnato prossimo alla scadenza

Secondo il TAR Lazio, il permesso di soggiorno non può essere consegnato quando è ormai prossimo alla scadenza

La durata di un permesso di soggiorno non è un dato soltanto formale. Un titolo materialmente consegnato con mesi o anni di ritardo può compromettere l'accesso al lavoro, ai servizi e alla stabilità amministrativa. Una decisione del TAR Lazio, resa nel 2024, ha affrontato il problema della durata effettiva di un permesso per protezione speciale.

La vicenda

La persona interessata aveva ottenuto un riconoscimento giudiziale della protezione speciale, ma la formalizzazione e la consegna del titolo da parte della Questura si erano protratte a lungo. La ricorrente lamentava di aver ricevuto un permesso con una durata residua di pochi mesi, malgrado il quadro normativo applicabile prevedesse un titolo biennale.

Il principio affermato

Il TAR ha ritenuto fondata la censura concernente la durata concretamente fruibile del permesso. Ha osservato che la tesi amministrativa secondo la quale il titolo avrebbe dovuto decorrere dalla formalizzazione della domanda non era sostenuta da un puntuale riferimento normativo. Nel caso esaminato, l'interessata non poteva subire, mediante il rilascio tardivo, la sostanziale riduzione della durata prevista dalla legge.

Il principio deve essere riferito al regime normativo e ai fatti della controversia: non implica che ogni permesso decorra necessariamente dalla consegna, né autorizza a ignorare le disposizioni speciali sui singoli titoli.

Come documentare il problema

Quando si riceve un titolo ormai vicino alla scadenza, occorre conservare copia dell'istanza, della ricevuta, degli eventuali provvedimenti giudiziari, delle convocazioni, delle comunicazioni con la Questura e del permesso effettivamente consegnato. La cronologia consente di distinguere i ritardi imputabili all'istruttoria dai tempi successivi alla decisione amministrativa.

È utile presentare una richiesta motivata di rettifica o di riesame, evidenziando la disciplina applicabile alla specifica tipologia di permesso e il periodo di validità concretamente riconosciuto. Nell'eventuale contenzioso vanno individuati con precisione l'atto contestato, il giudice competente e le forme di tutela praticabili.

Il rilievo sistematico

La garanzia di un soggiorno regolare deve essere effettiva. Un titolo formalmente valido per un periodo previsto dalla legge, ma consegnato soltanto sul finire di tale periodo, rischia di perdere la sua funzione. La pronuncia richiama l'amministrazione a un'applicazione coerente delle disposizioni sulla durata del documento e tutela l'interessato contro gli effetti pregiudizievoli di ritardi non adeguatamente giustificati.

Fonte della pronuncia

TAR Lazio, sentenza pubblicata nel 2024, in materia di durata effettiva del permesso per protezione speciale. ASGI, “TAR Lazio: Illegittimo rilasciare permessi di soggiorno prossimi alla scadenza, devono avere una durata effettiva”, 2 ottobre 2024. Testo oscurato della pronuncia. Non si riporta un numero non autonomamente verificato.


Avv. Fabio Loscerbo
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giovedì 29 ottobre 2026

Secondo il Tribunale di Roma, il permesso per protezione speciale non impedisce una nuova domanda di asilo

Secondo il Tribunale di Roma, il permesso per protezione speciale non impedisce una nuova domanda di asilo

Una persona già titolare di un permesso di soggiorno può chiedere che venga esaminata una nuova domanda di protezione internazionale senza dover prima rinunciare al titolo posseduto? La sentenza del Tribunale ordinario di Roma, XVIII Sezione civile, del 18 giugno 2025, procedimento R.G. 342/2025, offre una risposta rilevante per la tutela effettiva dei richiedenti e per le procedure davanti alle Questure.

La controversia: il titolo già posseduto e la domanda reiterata

Il caso riguardava una cittadina nigeriana che aveva un permesso di soggiorno per protezione speciale e intendeva formalizzare una domanda reiterata di protezione internazionale. La vicenda presentava profili di vulnerabilità legati alla tratta. La questione era la mancata formalizzazione della domanda: la titolarità di una protezione nazionale veniva opposta, sul piano amministrativo, all'accesso a una procedura volta a verificare la sussistenza dei presupposti dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria.

La distinzione non è meramente nominale. La protezione speciale appartiene al sistema nazionale delle garanzie contro l'allontanamento e ha un proprio regime; lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria rispondono invece a presupposti definiti dal diritto dell'Unione europea e dagli obblighi internazionali. Sono posizioni giuridiche differenti, la cui verifica non può essere assorbita automaticamente dall'esistenza di un altro permesso.

Che cosa ha deciso il Tribunale

Con sentenza del 18 giugno 2025 il Tribunale di Roma ha escluso che il permesso per protezione speciale osti, di per sé, alla presentazione e all'esame della nuova domanda. Ha ordinato alla Questura la formalizzazione della domanda reiterata della ricorrente e la sua sottoposizione all'esame secondo la disciplina applicabile. Non ha, con ciò, riconosciuto automaticamente lo status di rifugiato né affermato che ogni domanda reiterata sia fondata: ha distinto l'accesso alla procedura dall'esito della valutazione di merito.

È questo il punto decisivo. Pretendere una rinuncia preventiva al titolo nazionale per poter accedere all'esame della domanda internazionale creerebbe una discontinuità di tutela non giustificata dalla diversità degli istituti. L'amministrazione deve invece trattare l'istanza secondo le regole della procedura di protezione, comprese quelle specifiche relative alle domande reiterate.

La rilevanza pratica per Questure e difensori

La prima conseguenza operativa riguarda la presentazione della domanda: il richiedente dovrebbe conservare la prova della manifestazione di volontà e dell'eventuale tentativo di formalizzazione, compresi appuntamenti, comunicazioni e ricevute. In caso di rifiuto o inerzia, è opportuno chiedere che l'ufficio espliciti per iscritto la ragione dell'impedimento, senza confondere la disponibilità di un titolo di soggiorno con una decisione sull'ammissibilità o sul merito della protezione internazionale.

Il difensore deve verificare attentamente la natura della precedente decisione, gli eventuali nuovi elementi posti a fondamento della domanda reiterata, il quadro normativo vigente al momento dell'istanza e le circostanze personali. In particolare, quando emergano successivamente fatti di tratta, sfruttamento o violenza, occorre rappresentarli con precisione e con la documentazione concretamente disponibile. La decisione romana non elimina i requisiti e i controlli previsti dalla legge, ma contrasta un ostacolo procedurale fondato sul solo possesso del permesso nazionale.

La distinzione tra diritto di chiedere protezione e diritto di ottenerla

Due passaggi non devono essere sovrapposti. Un conto è il diritto di accedere alle autorità competenti perché la domanda sia registrata e valutata; diverso è l'accertamento delle condizioni sostanziali di protezione, che richiede un esame individuale. Questa distinzione protegge sia la persona, che non può essere esclusa a priori dalla procedura, sia la correttezza dell'istruttoria amministrativa, che deve restare rigorosa e verificabile.

La sentenza mostra come un procedimento di immigrazione possa incidere concretamente sulla continuità del soggiorno e sulle garanzie personali. La sua portata va però ricondotta al caso deciso e al principio effettivamente affermato, senza trasformare un precedente di merito in una regola indiscriminata su ogni categoria di permesso o di domanda.

Pronuncia e fonte

Tribunale ordinario di Roma, XVIII Sezione civile – Diritti della persona e immigrazione, sentenza 18 giugno 2025, R.G. 342/2025. Testo della decisione e ricostruzione disponibili presso ASGI: scheda e accesso alla pronuncia.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428

Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Secondo il TAR Milano, l'uscita dall'Italia durante la sanatoria 2020 richiede una valutazione delle circostanze eccezionali

Secondo il TAR Milano, l'uscita dall'Italia durante la sanatoria 2020 richiede una valutazione delle circostanze eccezionali

La regolarizzazione prevista dall'articolo 103 del decreto-legge 34/2020 subordinava l'accesso alla procedura, tra l'altro, alla permanenza in Italia senza uscite dal territorio nazionale a partire dall'8 marzo 2020. La questione è se quel requisito debba essere applicato senza eccezioni anche quando l'allontanamento sia stato determinato da circostanze non evitabili. Il TAR Lombardia, Milano, Sezione III, con sentenza 3 novembre 2023, n. 2564, ha affrontato il problema.

La fattispecie e la norma

La disposizione sull'emersione era collegata alla particolare situazione dei lavoratori stranieri presenti in Italia durante l'emergenza sanitaria. Nella prassi, l'accertamento di un passaggio all'estero poteva determinare il rigetto dell'istanza. Ma la presenza di una regola temporale e territoriale non risolve da sola il problema di eventuali impedimenti straordinari che abbiano reso impossibile evitare il viaggio.

Il principio affermato dal giudice

Il TAR Milano ha chiarito che la formula dell'articolo 103, secondo cui i cittadini stranieri non dovevano aver lasciato il territorio nazionale dall'8 marzo 2020, non costituisce un divieto assoluto insuscettibile di eccezioni. L'amministrazione deve verificare se l'allontanamento sia stato determinato da esigenze eccezionali e se, alla luce degli interessi concretamente coinvolti, fosse impossibile per l'interessato evitarlo.

Il principio non equivale a una generale irrilevanza delle uscite dall'Italia. Il richiedente deve allegare circostanze specifiche e documentabili; la valutazione dell'eccezionalità non può essere sostituita da affermazioni generiche. Il giudice non ha stabilito che qualsiasi viaggio per ragioni personali sia automaticamente compatibile con la sanatoria.

Come impostare l'istruttoria

Prima di impugnare il diniego è opportuno ricostruire esattamente le date di uscita e rientro, i documenti di viaggio, la ragione dell'allontanamento e le possibilità concrete alternative disponibili al momento. Eventuali ragioni sanitarie o familiari devono essere documentate con atti pertinenti e collocate nella corretta sequenza temporale. Occorre quindi leggere il provvedimento di rigetto per stabilire se la Prefettura abbia compiuto un esame individuale o si sia limitata a considerare la partenza un ostacolo inevitabile.

La scelta della tutela deve tenere conto dell'atto impugnato e delle regole processuali applicabili. Una contestazione efficace non consiste nel negare l'esistenza del requisito, ma nel mostrare perché la situazione specifica meriti la verifica richiesta dalla pronuncia.

Il valore attuale della decisione

La sentenza riguarda una procedura straordinaria del 2020 e non può essere automaticamente trasposta ai decreti flussi, ai rinnovi ordinari o ad altri regimi di soggiorno. Resta tuttavia significativa sul piano metodologico: quando una disposizione è collegata a una situazione emergenziale, la sua applicazione deve confrontarsi con eventi eccezionali documentati, secondo la portata individuata dalla giurisprudenza.

Fonte giudiziaria: TAR Lombardia, Milano, Sezione III, sentenza 3 novembre 2023, n. 2564, Pres. Bignami, Est. Fornataro, richiamata nella relazione ufficiale del TAR Milano per l'anno giudiziario 2024.

Avv. Fabio Loscerbo
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Secondo il TAR Umbria, nella sanatoria del 2020 l'insufficienza del reddito datoriale non dà automaticamente diritto al permesso per attesa occupazione

Secondo il TAR Umbria, nella sanatoria del 2020 l'insufficienza del reddito datoriale non dà automaticamente diritto al permesso per attesa occupazione

La regolarizzazione del lavoro irregolare prevista dall'articolo 103 del decreto-legge n. 34 del 2020 ha generato un contenzioso particolarmente delicato nei casi nei quali il lavoratore aveva avviato una relazione lavorativa, ma il datore non soddisfaceva i requisiti economici richiesti. Il TAR Umbria, Perugia, Sezione I, nella sentenza del 14 giugno 2024, n. 471, ha affrontato il tema dopo l'intervento della Corte costituzionale con sentenza n. 209 del 2023.

Il caso esaminato

Una società aveva presentato una dichiarazione di emersione per un proprio dipendente straniero. Il rapporto si era poi interrotto per l'irreperibilità del datore di lavoro e l'amministrazione aveva respinto la domanda per insufficienza del requisito reddituale. Il problema non era soltanto la carenza di un presupposto dell'emersione, ma l'effetto che tale carenza, imputabile alla sfera datoriale, avrebbe prodotto sul lavoratore.

La questione di costituzionalità

Il TAR aveva sollevato dubbi sulla compatibilità costituzionale dell'art. 103, commi 4, 5 e 6, del decreto-legge n. 34/2020, nella parte in cui non riconosceva al lavoratore, in simili circostanze, un permesso per attesa occupazione o altro titolo legato alla situazione lavorativa dimostrabile. Il confronto riguardava anche la diversa disciplina della regolarizzazione del 2012, che conteneva una specifica clausola a tutela del lavoratore in talune ipotesi di rigetto imputabile esclusivamente al datore.

Il principio affermato

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 209/2023, ha dichiarato le questioni in parte inammissibili e in parte infondate, sottolineando la natura eccezionale delle procedure di regolarizzazione e la specificità dei rispettivi presupposti. Ripreso il giudizio, il TAR Umbria ha respinto il ricorso. Non era quindi possibile trasferire automaticamente alla sanatoria del 2020 la previsione più favorevole propria della disciplina del 2012.

Il rigetto non afferma che ogni condotta del datore sia irrilevante né preclude in astratto ogni diversa forma di soggiorno, quando ne ricorrano autonomamente i requisiti. Stabilisce però che il procedimento speciale di emersione del 2020 non attribuisce, per il solo fatto che la carenza sia imputabile al datore, un automatico diritto al permesso per attesa occupazione.

Le conseguenze operative

Il professionista deve anzitutto acquisire il provvedimento di rigetto, l'istanza originaria, la documentazione reddituale del datore e le prove dell'effettivo svolgimento del rapporto. È poi necessario separare tre questioni: legittimità del rigetto secondo la disciplina speciale, eventuali rimedi nei confronti del datore, e possibilità di chiedere un diverso permesso secondo una norma autonoma. Le tre questioni non sono intercambiabili e possono implicare autorità e strumenti di tutela differenti.

La sentenza è particolarmente utile per evitare un ricorso fondato soltanto sull'assenza di colpa del lavoratore. Il dato umano e sociale può essere rilevante, ma il giudizio di legittimità sul diniego deve misurarsi con i requisiti effettivamente previsti dalla legge applicabile.

Una distinzione da mantenere

Le norme eccezionali sulle sanatorie hanno ambito delimitato. Non si può invocare per analogia la tutela prevista in una precedente regolarizzazione senza confrontarsi con la disciplina nuova e con le decisioni costituzionali che ne hanno verificato la legittimità. Al tempo stesso, la posizione dello straniero va esaminata complessivamente per verificare l'esistenza di altri titoli e strumenti di tutela, senza far dipendere ogni possibilità dal solo esito dell'emersione.

Fonte primaria: TAR Umbria, Perugia, Sezione I, sentenza 14 giugno 2024, n. 471, Pres. Ungari, Est. De Grazia; massima e ricostruzione ufficiali della Giustizia amministrativa. Corte costituzionale, sentenza n. 209 del 2023.

Avv. Fabio Loscerbo
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Episodio 13 – Ho un permesso per motivi familiari_ posso lavorare senza convertirlo

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Secondo il TAR Calabria, la protezione speciale rilasciata prima della riforma conserva la possibilità di conversione in lavoro

Secondo il TAR Calabria, la protezione speciale rilasciata prima della riforma conserva la possibilità di conversione in lavoro

La riforma della protezione speciale del 2023 ha inciso anche sulla convertibilità dei relativi permessi di soggiorno. Tuttavia, per i titoli già rilasciati e ancora validi al momento previsto dalla disciplina transitoria, non è corretto applicare automaticamente il divieto derivante dalle nuove disposizioni. Lo ha chiarito il TAR Calabria, Catanzaro, Sezione II, nella sentenza 7 marzo 2025, n. 460.

Il problema: il titolo precedente alla riforma

Il decreto-legge n. 20 del 2023, convertito dalla legge n. 50 del 2023, è intervenuto sulla disciplina del permesso per protezione speciale, eliminando precedenti possibilità di conversione in lavoro. Il suo articolo 7, comma 3, ha però previsto disposizioni transitorie per determinate categorie di permessi già rilasciati e in corso di validità. La controversia affrontata dal TAR riguardava l'ambito di applicazione di tale salvaguardia e, in particolare, se potesse riguardare anche i titoli rilasciati dal Questore a seguito della procedura prevista dall'articolo 32 del d.lgs. n. 25/2008.

La risposta del TAR Catanzaro

La sentenza n. 460/2025, come sintetizzata nella relazione ufficiale sull'anno giudiziario, ha valorizzato il collegamento sostanziale tra il permesso di protezione speciale rilasciato ai sensi dell'articolo 32, comma 3, del d.lgs. n. 25/2008 e i presupposti dell'articolo 19, commi 1 e 1.1, del d.lgs. n. 286/1998. Secondo il Collegio, non è condivisibile l'interpretazione secondo cui il regime transitorio di convertibilità sarebbe riservato esclusivamente ai titoli riconducibili alla formulazione dell'articolo 19, comma 1.1, terzo periodo, escludendo quelli emessi dopo il passaggio davanti alla Commissione territoriale.

La ratio è evitare che due titoli fondati sui medesimi presupposti sostanziali ricevano, sul piano transitorio, un trattamento incongruo per la sola differenza del percorso amministrativo di rilascio. Il giudice ha dunque riconosciuto che, nei casi tutelati dalla clausola transitoria, la conversione in lavoro rimane possibile quando ricorrono le condizioni previste dalla legge.

Come ricostruire la posizione individuale

Il primo controllo riguarda il titolo in possesso dell'interessato: data del rilascio, tipologia indicata, disposizione normativa utilizzata e validità al momento di riferimento. Bisogna poi verificare se vi siano stati rinnovi, eventuali domande di conversione, documentazione del rapporto lavorativo e provvedimenti di rigetto. Una richiesta generica fondata sulla sola esistenza di un permesso per protezione speciale non è sufficiente.

Particolare cautela è necessaria quando la Questura sostiene che il divieto introdotto nel 2023 si applichi indistintamente a ogni domanda. In presenza di un titolo anteriore alla riforma è indispensabile motivare perché la singola posizione ricada nella disciplina transitoria, senza confondere il diritto alla protezione con i requisiti amministrativi della conversione lavorativa.

La portata e i limiti della pronuncia

Il TAR Calabria non ha affermato che tutti i permessi per protezione speciale, anche quelli rilasciati successivamente alla riforma, siano liberamente convertibili. Il principio è circoscritto ai titoli rientranti nelle condizioni temporali e sostanziali stabilite dal legislatore nel 2023. Inoltre la conversione richiede la verifica dei presupposti previsti per il nuovo titolo.

Per chi assiste professionalmente il richiedente, il punto decisivo è una corretta ricostruzione della successione delle leggi nel tempo. La disciplina transitoria non costituisce una norma marginale: può determinare l'esito della pratica e la legittimità del provvedimento amministrativo.

Fonte: TAR Calabria, Catanzaro, Sezione II, sentenza 7 marzo 2025, n. 460, Pres. Correale, Est. Carchedi, come riportata nella relazione ufficiale per l'anno giudiziario 2026.

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mercoledì 28 ottobre 2026

Secondo il TAR Lazio, per la cittadinanza non basta l'iscrizione anagrafica: il problema dei permessi stagionali

Secondo il TAR Lazio, per la cittadinanza non basta l'iscrizione anagrafica: il problema dei permessi stagionali

Il TAR Lazio, Roma, Sezione V-bis, con sentenza 10 luglio 2026 n. 12612 (R.G. 4273/2025), ha esaminato una questione concreta: come computare i dieci anni di residenza legale richiesti dall'art. 9, comma 1, lettera f), della legge 91/1992 ai fini della concessione della cittadinanza italiana quando nel periodo considerato figurano titoli per lavoro stagionale.

Il caso

Il ricorrente aveva presentato domanda di cittadinanza il 29 marzo 2022. Il Ministero, con provvedimento del 17 marzo 2025, l'aveva dichiarata inammissibile perché la documentazione non dimostrava una residenza legale continuativa nell'intero decennio precedente. Due permessi per lavoro stagionale, con durata limitata, non assicuravano la continuità del soggiorno oltre la rispettiva scadenza. Nel frattempo l'interessato aveva ottenuto un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo dal 7 agosto 2014.

La decisione

Il TAR ha respinto il ricorso. Ha distinto l'iscrizione nei registri anagrafici dalla condizione di soggiorno legale ai fini della cittadinanza: la prima non sana da sola periodi privi di un titolo idoneo. Un permesso stagionale autorizza il soggiorno durante la sua validità, ma non costituisce, per sua natura, prova di una permanenza regolare senza interruzioni nei periodi successivi. Di conseguenza, nel caso concreto non risultava integrato il requisito decennale alla data della domanda originaria.

La sentenza ha tuttavia segnalato, senza concedere la cittadinanza, che l'interessato avrebbe potuto presentare una nuova domanda valorizzando gli elementi sopravvenuti, se la residenza legale continuativa risultasse maturata dal 2014. È una distinzione importante: il rigetto di un ricorso contro una precedente domanda non equivale necessariamente all'impossibilità di presentare una nuova istanza in presenza di presupposti successivi.

Quali documenti controllare prima della domanda?

La verifica non deve limitarsi al certificato storico di residenza. Occorre ricostruire la successione dei permessi di soggiorno, le date di scadenza, le domande di rinnovo e i relativi effetti giuridici, gli eventuali periodi di assenza e la condizione anagrafica. In presenza di titoli stagionali, è decisivo verificare come siano stati coperti i periodi intercorrenti tra un titolo e l'altro.

Se la Prefettura contesta la continuità, la strategia difensiva deve partire da una cronologia documentata. Non basta affermare di avere vissuto stabilmente in Italia; occorre affrontare il problema della residenza legale in senso tecnico. Qualora siano maturati successivamente i presupposti, va considerata anche la presentazione di una nuova domanda, distinta dall'impugnazione dell'atto precedente.

Il principio operativo

La sentenza n. 12612/2026 non nega valore legale al soggiorno stagionale per la sua durata effettiva: chiarisce che quel titolo non rende automaticamente legale e ininterrotto il periodo successivo alla scadenza. L'istruttoria sulla cittadinanza deve quindi essere preparata con particolare attenzione alle discontinuità documentali e normative.

Fonte: TAR Lazio, Roma, Sezione V-bis, sentenza 10 luglio 2026, n. 12612, R.G. 4273/2025. Testo integrale della pronuncia; portale della Giustizia amministrativa.

Avv. Fabio Loscerbo
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Secondo il TAR Bologna, la revoca del permesso UE di lungo periodo e il percorso terapeutico sono questioni distinte

Secondo il TAR Bologna, la revoca del permesso UE di lungo periodo e il percorso terapeutico sono questioni distinte

La sentenza del TAR Emilia-Romagna, Bologna, Sezione I, 16 giugno 2025, n. 719, affronta un problema delicato: quale effetto abbia una condanna per un reato particolarmente grave sulla conservazione del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo e come debba essere considerato il contemporaneo svolgimento di un programma terapeutico collegato alla misura penale.

Il contesto della decisione

Il caso descritto nella relazione ufficiale del Tribunale riguarda uno straniero condannato per tentato omicidio che doveva completare un percorso terapeutico previsto in sede penale e svolgere un'attività lavorativa autorizzata nell'ambito della libertà vigilata. Il procedimento amministrativo riguardava la revoca del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo. È essenziale distinguere la permanenza in Italia necessaria all'esecuzione di prescrizioni giudiziarie dalla titolarità di uno specifico documento di soggiorno.

Il principio affermato

Secondo la ricostruzione della pronuncia riportata dal TAR, la natura particolare del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo rende incompatibile il mantenimento del titolo con una condanna tanto grave nel caso in esame. La necessità di proseguire il programma terapeutico e di svolgere il lavoro prescritto ed autorizzato in regime di libertà vigilata, tuttavia, può legittimare la permanenza sul territorio nazionale pur in assenza di quel permesso. Il possibile rilascio di un titolo a tempo determinato potrà essere valutato dall'autorità competente al termine del programma.

La pronuncia non autorizza a concludere che qualsiasi condanna comporti automaticamente la revoca di ogni titolo di soggiorno. Le regole sui soggiornanti di lungo periodo, i presupposti di pericolosità e le garanzie applicabili richiedono sempre un'analisi del quadro normativo e delle circostanze. Né l'autorizzazione a svolgere un lavoro durante l'esecuzione di una misura penale coincide, di per sé, con il rilascio di un permesso di soggiorno per lavoro.

Le conseguenze pratiche

Per il professionista che assiste una persona in una situazione analoga è necessario tenere distinti tre piani. Il primo è il provvedimento della Questura che incide sul titolo di lungo periodo, con le motivazioni e le forme di tutela proprie. Il secondo è la disciplina dell'esecuzione penale e delle prescrizioni che rendono necessaria la presenza in Italia per un determinato periodo. Il terzo è la possibilità, da verificare con l'amministrazione competente, di un diverso titolo di soggiorno nei tempi e secondo i requisiti previsti dalla legge.

È opportuno acquisire la sentenza penale, i provvedimenti della magistratura di sorveglianza, la documentazione sanitaria e terapeutica pertinente, gli atti che autorizzano il lavoro, il provvedimento amministrativo di revoca e le comunicazioni successive. La presenza di un programma terapeutico non è un documento intercambiabile con il titolo di soggiorno, ma può avere rilievo autonomo nella valutazione della posizione personale.

La distinzione da non perdere

Il nucleo della decisione consiste nel non sovrapporre due effetti giuridici differenti: la perdita di un determinato status di soggiorno e la permanenza necessaria a completare un percorso disposto dall'autorità giudiziaria. Per decidere quale tutela utilizzare occorre valutare il titolo revocato, il contenuto esatto delle prescrizioni penali e gli eventuali margini per una successiva regolarizzazione. Nessuno di questi passaggi può essere sostituito da un'affermazione generica sull'integrazione o sulla pericolosità.

Fonte giudiziaria: TAR Emilia-Romagna, Bologna, Sezione I, sentenza 16 giugno 2025, n. 719, Pres. Carpentieri, Est. Bertagnolli, sintetizzata nella relazione ufficiale del TAR Bologna per l'anno giudiziario 2026.

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Secondo il TAR Lazio, la cittadinanza dei minori e la scelta del giudice competente: perché conta la natura del diritto

Secondo il TAR Lazio, la cittadinanza dei minori e la scelta del giudice competente: perché conta la natura del diritto

Una controversia sulla cittadinanza italiana può apparire amministrativa perché nasce da una circolare ministeriale o da un provvedimento dell'amministrazione. Non sempre, però, deve essere portata dinanzi al TAR. La sentenza del TAR Lazio, Roma, Sezione V-bis, 13 marzo 2026, n. 4681, affronta il problema con riferimento alle nuove disposizioni sulla cittadinanza dei minorenni introdotte dalla legge n. 74 del 2025.

La vicenda

Il ricorso aveva a oggetto una circolare del Ministero dell'interno del 28 maggio 2025, emanata per l'applicazione della nuova disciplina relativa a minori stranieri o apolidi con genitori cittadini italiani per nascita. La controversia riguardava l'interpretazione dei requisiti previsti dall'art. 4, commi 1-bis e 1-ter, della legge n. 91 del 1992. Il nodo non era soltanto la correttezza delle istruzioni amministrative, ma la qualificazione della posizione giuridica azionata.

Che cosa ha deciso il TAR?

Il giudice amministrativo ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione. Ha ritenuto che, quando l'acquisto della cittadinanza dipende dall'accertamento di presupposti determinati direttamente dalla legge, senza una valutazione discrezionale della pubblica amministrazione, la controversia investe un diritto soggettivo. La sua tutela compete quindi al giudice ordinario. Non basta impugnare formalmente una circolare per trasformare in interesse legittimo una posizione sostanzialmente riconducibile a un diritto.

La decisione non ha riconosciuto la cittadinanza ai singoli minori e non ha stabilito che tutti i figli di cittadini italiani per nascita acquistino automaticamente la cittadinanza. Ha risolto preliminarmente la questione della giurisdizione.

Le conseguenze per le famiglie

Quando si valuta una domanda relativa alla cittadinanza di un minore è necessario individuare la specifica disposizione applicabile, l'eventuale necessità di una dichiarazione di volontà, la documentazione dello status dei genitori e i termini previsti dalla normativa. Non è sufficiente un generico riferimento alla cittadinanza italiana di uno dei genitori: possono essere decisive la data di nascita, la situazione familiare e le disposizioni transitorie.

Se l'amministrazione nega o contesta il riconoscimento, occorre quindi identificare la posizione giuridica e il giudice competente prima di predisporre il ricorso. Un errore nella scelta della giurisdizione può determinare un arresto processuale, costi e ritardi, pur restando da valutare gli eventuali meccanismi di prosecuzione dinanzi al giudice munito di giurisdizione.

La distinzione con la naturalizzazione

La sentenza non deve essere confusa con il contenzioso sulla concessione della cittadinanza per naturalizzazione, nel quale assumono rilievo valutazioni dell'amministrazione e regole processuali differenti. La tutela cambia in rapporto al titolo giuridico invocato: acquisto della cittadinanza per il verificarsi di requisiti legali e concessione discrezionale non sono situazioni identiche.

Indicazione operativa

Il primo compito del difensore è ricostruire la fattispecie normativa, non scegliere il ricorso sulla sola base dell'autorità che ha firmato l'atto. La sentenza n. 4681/2026 ribadisce che la natura sostanziale della posizione giuridica determina la corretta sede giurisdizionale.

Fonte giudiziaria: TAR Lazio, Roma, Sezione V-bis, sentenza 13 marzo 2026, n. 4681; approfondimento ufficiale della Giustizia amministrativa.

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Secondo il TAR Calabria, il permesso per protezione speciale può ancora essere convertito in lavoro: la disciplina transitoria

Secondo il TAR Calabria, il permesso per protezione speciale può ancora essere convertito in lavoro: la disciplina transitoria

La riforma introdotta dal decreto-legge n. 20 del 2023 ha modificato profondamente il sistema della protezione speciale e le possibilità di conversione del relativo titolo in permesso per lavoro. Non tutte le situazioni sorte prima della riforma, tuttavia, sono soggette alla nuova disciplina nello stesso modo. Il TAR Calabria, Catanzaro, Sezione II, con sentenza 7 marzo 2025, n. 460, ha affrontato una questione di particolare rilevanza pratica: l'applicazione della disposizione transitoria ai titoli di soggiorno per protezione speciale rilasciati dal Questore a seguito della procedura di protezione internazionale.

Il problema interpretativo

Il decreto-legge n. 20/2023, convertito dalla legge n. 50/2023, ha eliminato alcune precedenti ipotesi di conversione previste dall'art. 6, comma 1-bis, del d.lgs. n. 286/1998. L'art. 7, comma 3, ha tuttavia dettato una clausola di salvaguardia per determinati permessi per protezione speciale già rilasciati e in corso di validità, contemplando il rinnovo una sola volta con durata annuale e la facoltà di conversione in lavoro ove sussistano i requisiti.

Il nodo era stabilire se la possibilità di conversione fosse limitata ai titoli richiamati testualmente dall'art. 19, comma 1.1, terzo periodo, del Testo unico oppure comprendesse anche i permessi per protezione speciale emessi ai sensi dell'art. 32 del d.lgs. n. 25/2008, in relazione ai medesimi presupposti sostanziali.

Il principio affermato dalla sentenza n. 460/2025

Il TAR Calabria ha accolto un'interpretazione non restrittiva della disciplina transitoria: i permessi per protezione speciale rilasciati prima della riforma, ancora validi nel periodo rilevante, conservano la possibilità di conversione in permessi per lavoro quando ricorrano i requisiti prescritti. La correlazione fra i titoli emessi ai sensi dell'art. 32 del d.lgs. n. 25/2008 e i presupposti di cui all'art. 19, commi 1 e 1.1, del d.lgs. n. 286/1998 impedisce di escludere automaticamente i primi dalla clausola transitoria soltanto per il diverso percorso procedurale di rilascio.

La conclusione riguarda una determinata categoria di titoli e la successione temporale delle norme. Non equivale ad affermare che ogni permesso per protezione speciale oggi rilasciato sia convertibile, né che la conversione avvenga senza una domanda e senza prova dei requisiti lavorativi.

Le verifiche necessarie nella pratica

Prima di presentare la domanda o di impugnare un diniego è essenziale ricostruire la data di rilascio del permesso, il suo fondamento normativo, la validità del titolo al momento rilevante e l'eventuale presentazione di precedenti istanze. Occorre poi esaminare il rapporto di lavoro e la documentazione richiesta per il titolo richiesto: la mera titolarità della protezione speciale non sostituisce le condizioni proprie della conversione.

Se la Questura oppone un diniego facendo leva esclusivamente sulla riforma del 2023, è opportuno verificare se abbia effettivamente considerato la disposizione transitoria e la tipologia del titolo rilasciato. Le circostanze individuali possono incidere sulla scelta dello strumento di tutela e sulla competenza giurisdizionale.

La lezione della pronuncia

La disciplina dell'immigrazione non può essere letta ignorando il momento in cui il titolo è stato rilasciato e il regime normativo che lo accompagnava. Il giudizio sulla convertibilità richiede una ricostruzione puntuale dei fatti e delle disposizioni transitorie: è questo il profilo centrale della pronuncia calabrese, utile tanto al cittadino straniero quanto al professionista che ne assiste la posizione.

Fonte giurisprudenziale: TAR Calabria, Catanzaro, Sez. II, sentenza 7 marzo 2025, n. 460, Pres. Correale, Est. Carchedi. Pronuncia riportata nella relazione ufficiale del TAR Calabria sull'anno giudiziario 2026.

Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

Secondo il TAR Milano, l'uscita dall'Italia durante la sanatoria 2020 non è sempre un ostacolo insuperabile

Secondo il TAR Milano, l'uscita dall'Italia durante la sanatoria 2020 non è sempre un ostacolo insuperabile

Il requisito della presenza continuativa in Italia previsto dall'art. 103 del decreto-legge n. 34/2020 è stato al centro della sentenza del TAR Lombardia, Milano, sez. III, 3 novembre 2023, n. 2564. La decisione offre un criterio concreto per l'esame dei casi nei quali lo straniero abbia dovuto lasciare il territorio nazionale per circostanze eccezionali.

La questione sottoposta al Tribunale

La disciplina dell'emersione dal lavoro irregolare del 2020 prevedeva che il cittadino straniero non dovesse aver lasciato il territorio nazionale dall'8 marzo 2020. Il problema giuridico era stabilire se la previsione dovesse applicarsi rigidamente, senza considerare le circostanze che avevano determinato l'allontanamento.

Il principio affermato

Il TAR ha escluso che la disposizione dovesse essere intesa come assolutamente inderogabile. Secondo la pronuncia, devono essere considerate possibili eccezioni quando eventi particolari rendano concretamente impossibile evitare l'uscita dall'Italia, tenuto conto degli interessi coinvolti. L'amministrazione, dunque, deve verificare se l'allontanamento sia dovuto a esigenze eccezionali prima di utilizzarlo come motivo ostativo all'emersione.

La sentenza non stabilisce che qualsiasi viaggio all'estero sia irrilevante, né elimina il requisito legale della presenza. Il punto decisivo è la valutazione delle ragioni effettive dell'uscita, con attenzione alla loro eccezionalità e alla possibilità concreta per l'interessato di evitarla.

Quali documenti sono importanti?

In un procedimento ancora controverso occorre ricostruire con precisione date di uscita e rientro, ragioni del viaggio e impossibilità di restare in Italia. Possono essere rilevanti titoli di viaggio, documentazione sanitaria, comunicazioni ufficiali, attestazioni relative a emergenze familiari o ad altri eventi eccezionali, purché pertinenti e verificabili. Le dichiarazioni generiche, da sole, potrebbero non essere sufficienti.

Implicazioni per ricorsi e riesame

Se un provvedimento sfavorevole si basa unicamente sull'uscita dal territorio italiano, la difesa deve controllare se le circostanze addotte siano state realmente esaminate. Può assumere rilievo un difetto di istruttoria o di motivazione, senza però poter anticipare l'esito del giudizio. La scelta fra impugnazione e altri rimedi dipende dal provvedimento, dalle date di notifica e dallo stato della procedura.

Il precedente concerne specificamente la procedura straordinaria del 2020. Non può essere trasposto automaticamente alle regole ordinarie di rinnovo o rilascio dei permessi di soggiorno, che hanno presupposti differenti.

Riferimento giurisprudenziale verificato: TAR Lombardia, Milano, sez. III, sentenza 3 novembre 2023, n. 2564, riportata nella relazione ufficiale del TAR Lombardia per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2024.

Avv. Fabio Loscerbo
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Secondo il Consiglio di giustizia amministrativa, il reddito da lavoro irregolare non basta per il permesso UE di lungo periodo

Secondo il Consiglio di giustizia amministrativa, il reddito da lavoro irregolare non basta per il permesso UE di lungo periodo

Il requisito reddituale per ottenere il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo non si riduce a una semplice disponibilità materiale di denaro. Il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, con sentenza 22 aprile 2021, n. 353, ha affrontato il tema della rilevanza del reddito da lavoro irregolare. Il principio, segnalato sul portale della Giustizia amministrativa, riguarda la dimostrazione delle risorse economiche richieste per un titolo destinato a garantire stabilità di soggiorno.

Il principio giurisprudenziale

La pronuncia evidenzia l'irrilevanza del reddito proveniente da lavoro irregolare ai fini del rilascio del permesso CE, oggi UE, per soggiornanti di lungo periodo. La qualificazione dell'attività lavorativa e la possibilità di provare redditi secondo le regole applicabili non sono quindi profili secondari dell'istruttoria. Il titolo di lungo periodo non può essere ottenuto semplicemente allegando somme incassate al di fuori di un rapporto lavorativo regolare.

La disciplina di riferimento

L'articolo 9 del d.lgs. 286/1998 richiede, fra gli altri presupposti, un periodo di soggiorno regolare e la disponibilità di un reddito non inferiore alla soglia legislativamente prevista, oltre agli altri requisiti che dipendono dalla situazione concreta. Le verifiche devono essere condotte sulla normativa vigente al momento dell'istanza e sulle modalità di documentazione consentite. La sentenza del 2021 non va interpretata come una regola universale su qualsiasi somma percepita da uno straniero o su ogni diverso permesso di soggiorno.

La differenza tra lavoro svolto e reddito dimostrabile

Può accadere che una persona abbia effettivamente lavorato per mesi senza che il rapporto sia stato correttamente formalizzato dal datore. L'effettività della prestazione è rilevante sul piano del diritto del lavoro e delle eventuali pretese retributive e contributive, ma non elimina automaticamente i requisiti amministrativi del titolo di lungo periodo. L'eventuale regolarizzazione contributiva o la rettifica dei dati devono essere verificate nei loro effetti e tempi propri, senza presumere che incidano retroattivamente su qualsiasi procedimento già definito.

Come preparare una domanda solida

Prima della presentazione occorre ricostruire le annualità e i documenti reddituali pertinenti: dichiarazioni fiscali, certificazioni uniche, buste paga, contratti, comunicazioni obbligatorie e posizione contributiva. È essenziale verificare la coerenza dei dati e chiarire tempestivamente gli scostamenti. Per i nuclei familiari vanno inoltre considerati i criteri normativi specifici, evitando di sommare automaticamente entrate che potrebbero non essere utilmente computabili nel caso concreto.

Che cosa fare dopo un diniego

Il diniego deve essere esaminato nella sua motivazione: può riguardare il livello del reddito, la sua prova, la regolarità del rapporto oppure altri requisiti, come la continuità del soggiorno. Distinguere questi profili è determinante per stabilire se sia utile integrare la documentazione, chiedere accesso agli atti o proporre un rimedio giurisdizionale nei termini applicabili. Anche qui, la prova di un'attività materialmente svolta non equivale necessariamente alla prova amministrativa di un reddito rilevante per il permesso richiesto.

Le implicazioni operative

La decisione invita a non confondere la tutela del lavoratore contro il lavoro irregolare con i presupposti del titolo UE di lungo periodo. Sono entrambi ambiti importanti, ma rispondono a logiche e discipline differenti. Per un'istanza di soggiorno stabile la verifica preventiva della qualità documentale del reddito evita di costruire la domanda su elementi che l'amministrazione potrebbe legittimamente considerare non utilizzabili.

Pronuncia: Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, sentenza 22 aprile 2021, n. 353, Pres. De Nictolis, Est. Molinaro. Fonte istituzionale: Giustizia amministrativa, archivio delle pronunce in evidenza. Commento fondato sul principio ufficialmente segnalato; non vengono attribuite alla decisione ulteriori circostanze fattuali non verificate.

Avv. Fabio Loscerbo
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martedì 27 ottobre 2026

Secondo il TAR Salerno, dopo l’emersione del lavoro irregolare tornano applicabili le regole ordinarie sul permesso di soggiorno

Secondo il TAR Salerno, dopo l’emersione del lavoro irregolare tornano applicabili le regole ordinarie sul permesso di soggiorno

Il procedimento di emersione previsto dall’articolo 103 del decreto-legge n. 34 del 2020 e quello di rilascio del permesso di soggiorno per lavoro subordinato sono collegati, ma non coincidono. La sentenza del TAR Campania, Salerno, sezione III, 6 giugno 2023, n. 1307, chiarisce come debbano essere affrontati i ritardi dell’amministrazione quando l’emersione sia già stata definita e resti da rilasciare il titolo di soggiorno.

Il principio espresso dal Tribunale amministrativo

Secondo la massima ufficiale della decisione, la procedura di emersione è strumentale al rilascio del permesso di soggiorno per lavoro subordinato. Una volta conclusa la prima fase, non vi sono ragioni per escludere le regole ordinarie del testo unico sull’immigrazione, d.lgs. n. 286 del 1998, relative al rilascio del titolo. Il giudice affronta, quindi, il rapporto fra un istituto eccezionale di regolarizzazione e gli adempimenti amministrativi ordinari che ne seguono.

Il termine procedimentale nella fattispecie esaminata

Il TAR Salerno, nella fattispecie considerata, ha individuato nell’articolo 5, comma 9, del d.lgs. n. 286/1998 il termine di sessanta giorni per la definizione del procedimento di rilascio del permesso per lavoro subordinato, facendolo decorrere dalla sottoposizione del richiedente ai rilievi fotodattiloscopici. Questo riferimento alla decorrenza è specificamente attestato dalla massima della sentenza e deve essere letto nel contesto del procedimento esaminato; non è corretto trasferirlo indiscriminatamente a ogni diversa domanda di soggiorno.

Perché la distinzione è utile

In pratica, lo straniero potrebbe aver completato l’emersione ma rimanere in attesa della materializzazione o del rilascio del permesso. Ciò può generare difficoltà nel rapporto con il datore di lavoro, con gli uffici e con i soggetti che richiedono un documento aggiornato. Individuare quale procedimento sia effettivamente pendente permette di formulare una richiesta corretta: non un generico sollecito alla sanatoria, ma un’istanza mirata alla conclusione del procedimento ancora aperto.

Quali documenti sono necessari

Il difensore dovrebbe acquisire copia della domanda di emersione, delle comunicazioni dello Sportello unico, della documentazione relativa alla conclusione della fase di regolarizzazione e delle ricevute riguardanti il successivo permesso. Occorre inoltre individuare la data dei rilievi fotodattiloscopici, l’eventuale convocazione, le comunicazioni della Questura e ogni documento che dimostri il perdurare dell’inerzia.

La prova della cronologia è essenziale: il sollecito è più efficace se specifica quando la fase di emersione si è chiusa e quale obbligo amministrativo resta da adempiere. Può essere utile presentare un’istanza protocollata di definizione del procedimento, allegando gli elementi già acquisiti senza duplicare inutilmente l’intero fascicolo.

Silenzio amministrativo e rimedi

La scadenza di un termine procedimentale non comporta automaticamente l’accoglimento della domanda di permesso. L’amministrazione può dover ancora verificare i requisiti pertinenti e adottare un provvedimento espresso. Quando vi sia un’inerzia giuridicamente rilevante, il difensore può valutare i rimedi contro il silenzio, verificando giurisdizione, presupposti, tempi e interesse ad agire. La decisione del TAR non sostituisce la verifica individuale della pratica.

Il limite del principio

Questa pronuncia riguarda una procedura di emersione già conclusa. Non significa che ogni domanda di emersione incompleta o respinta dia automaticamente diritto a un permesso, né che ogni mancato rilascio integri necessariamente silenzio illegittimo. Il primo controllo rimane la posizione amministrativa effettiva del lavoratore, seguita dalla verifica del requisito normativo invocato e delle comunicazioni ricevute.

Pronuncia: TAR Campania, Salerno, sez. III, sentenza 6 giugno 2023, n. 1307, presidente Russo, estensore Bello. Fonte istituzionale: Giustizia amministrativa, massima sui rapporti tra emersione e rilascio del permesso. Il commento si fonda sui principi verificabili riportati nella massima, senza attribuire alla sentenza ulteriori fatti non documentati.

Avv. Fabio Loscerbo
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Secondo il TAR Bologna, un grave reato può giustificare la revoca del permesso UE di lungo periodo anche durante un programma terapeutico

Secondo il TAR Bologna, un grave reato può giustificare la revoca del permesso UE di lungo periodo anche durante un programma terapeutico

Il TAR Emilia-Romagna, Bologna, sezione I, con sentenza 16 giugno 2025, n. 719, ha esaminato una vicenda complessa: la revoca di un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo a fronte di una condanna per tentato omicidio, mentre lo straniero era impegnato in un percorso terapeutico collegato all'esecuzione della pena. La pronuncia permette di distinguere il mantenimento di uno status amministrativo qualificato dalla legittimità della presenza sul territorio in forza di un diverso titolo giuridico.

La questione affrontata

Il caso riguardava l'incidenza di una condanna per un reato particolarmente grave sulla posizione di soggiornante di lungo periodo. La questione era resa più delicata dalla necessità di portare a termine il programma terapeutico e dall'attività lavorativa prescritta e autorizzata nell'ambito della libertà vigilata. Secondo la massima riportata nella relazione ufficiale sull'anno giudiziario 2026, il TAR ha ritenuto incompatibile il mantenimento dello status di lungo soggiornante con la condanna in esame, richiamando la natura premiale del titolo.

Il punto centrale della decisione

Il Tribunale ha distinto due piani. Da una parte, il permesso UE per soggiornanti di lungo periodo può essere revocato per una condanna di gravità tale da risultare incompatibile con la sua conservazione. Dall'altra, l'obbligo di completare il programma terapeutico e di svolgere l'attività lavorativa prescritta e autorizzata consente, nella specifica fattispecie esaminata, la permanenza sul territorio anche senza quel permesso. La relazione istituzionale aggiunge che l'eventuale rilascio di un titolo a tempo determinato potrà essere valutato dall'autorità competente alla conclusione del programma.

Non è dunque corretto trasformare la sentenza in una regola generale secondo la quale chiunque sia sottoposto a libertà vigilata ottiene automaticamente un permesso di soggiorno. La decisione attiene a una situazione processuale ed esecutiva puntuale, la cui incidenza va ricostruita sulla base degli atti e delle prescrizioni del caso concreto.

Le verifiche difensive

In una controversia simile occorre acquisire il provvedimento di revoca, la documentazione relativa alla condanna e alle misure in esecuzione, le prescrizioni dell'autorità giudiziaria e gli eventuali atti che autorizzano l'attività lavorativa. Bisogna distinguere il diniego o la revoca del titolo di soggiorno dalla possibilità materiale e giuridica di permanere per adempiere a obblighi imposti nell'esecuzione penale. Una sovrapposizione dei due aspetti rischia di condurre a domande formulate in modo impreciso.

Le implicazioni pratiche

La perdita del permesso di lungo periodo non decide necessariamente ogni altra questione relativa alla presenza dello straniero, ma impone una verifica autonoma dei presupposti di qualsiasi ulteriore titolo. Allo stesso tempo, la necessità di completare un programma terapeutico non elimina automaticamente la rilevanza della condanna ai fini della revoca. L'interessato deve valutare senza ritardo i rimedi contro il provvedimento e la tutela appropriata alla propria condizione.

Pronuncia: TAR Emilia-Romagna, Bologna, sezione I, 16 giugno 2025, n. 719, presidente Carpentieri, estensore Bertagnolli. Fonte istituzionale: Relazione del TAR Emilia-Romagna all'inaugurazione dell'anno giudiziario 2026, p. 37. L'analisi si basa sulla massima ufficiale; per l'applicazione al singolo caso è necessario esaminare il provvedimento integrale.

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Secondo il TAR Abruzzo, il permesso per cure mediche non esclude sempre il rilascio di un permesso per lavoro

Secondo il TAR Abruzzo, il permesso per cure mediche non esclude sempre il rilascio di un permesso per lavoro

La disciplina dei permessi di soggiorno impone di distinguere due questioni che non coincidono: la possibilità di convertire formalmente un titolo già posseduto e la possibilità di ottenere un diverso titolo quando ricorrano autonomamente tutti i presupposti sostanziali previsti dalla legge. Il TAR Abruzzo, sede di Pescara, con sentenza 10 marzo 2025, n. 111, ha affrontato questo problema nel rapporto fra permesso per cure mediche e permesso per lavoro subordinato.

Il principio affermato nella pronuncia

La rassegna istituzionale del TAR Abruzzo riporta una conclusione netta: anche quando non sia possibile la conversione formale del permesso per cure mediche in permesso per lavoro subordinato, quest'ultimo deve comunque essere rilasciato se ne sussistono i presupposti sostanziali di legge. Il criterio valorizza il contenuto effettivo della domanda e la verifica delle condizioni richieste per il titolo lavorativo, evitando che una qualificazione esclusivamente formale esaurisca l'esame amministrativo.

Conversione e rilascio: una distinzione decisiva

La conversione è un istituto tipico, sottoposto ai limiti e alle condizioni stabilite dalle disposizioni applicabili al titolo originario. Un permesso non espressamente convertibile non diviene convertibile per effetto di questa sentenza. La questione diversa è se l'interessato possa comunque ottenere un titolo per lavoro sulla base di un autonomo fondamento normativo e della sussistenza dei presupposti pertinenti. La pronuncia non legittima a eludere i requisiti d'ingresso, lavoro o soggiorno: richiede che tali requisiti siano verificati in concreto.

Come documentare la posizione del richiedente

La domanda deve essere istruita con cura, tenendo distinta la storia sanitaria del permesso originario dalla situazione lavorativa effettiva. Possono rilevare la documentazione del rapporto di lavoro, le comunicazioni obbligatorie, le buste paga e gli altri atti attestanti la posizione dello straniero, nei limiti della disciplina applicabile. Non è prudente presumere che un'offerta di lavoro o un singolo documento sia sufficiente per il rilascio; l'istruttoria va calibrata sul titolo giuridico concretamente richiesto.

Che cosa verificare in un eventuale diniego

Occorre leggere la motivazione per accertare se la Questura abbia respinto la domanda per l'asserita impossibilità di conversione, senza esaminare i requisiti sostanziali di un diverso permesso, oppure se abbia riscontrato una specifica carenza di tali requisiti. I due motivi non sono equivalenti. Nel primo caso la sentenza del TAR Pescara offre un argomento di metodo sul dovere di esame della posizione; nel secondo la difesa deve confrontarsi con gli elementi mancanti e con le norme che li richiedono.

La tutela richiede anche la verifica del regime procedimentale, delle comunicazioni ricevute, dei termini di impugnazione e dell'eventuale esigenza cautelare. Il principio richiamato dalla sentenza non garantisce il rilascio automatico del permesso e non elimina la necessità di individuare una base normativa vigente e applicabile al caso.

La ricaduta pratica

Il contributo della pronuncia è evitare una confusione ricorrente: l'inammissibilità della conversione formale non equivale necessariamente all'impossibilità assoluta di conseguire un titolo lavorativo. Per cittadini stranieri, patronati, avvocati e operatori, la verifica deve partire dall'esatta domanda proposta, dalle condizioni sostanziali e dal quadro normativo vigente al momento della decisione. La sentenza è un precedente utile, non una sanatoria generale delle posizioni prive di requisiti.

Riferimento giurisprudenziale: TAR Abruzzo – Pescara, sentenza 10 marzo 2025, n. 111, relatore Lomazzi. Fonte ufficiale: Relazione del TAR Abruzzo sull'attività giurisdizionale, sezione delle massime. Il commento si fonda sul principio pubblicato nella relazione istituzionale e non attribuisce alla pronuncia circostanze fattuali ulteriori non controllate.

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lunedì 26 ottobre 2026

Secondo il TAR di Brescia, la conversione del permesso stagionale va chiesta prima della scadenza

Secondo il TAR di Brescia, la conversione del permesso stagionale va chiesta prima della scadenza

Il momento in cui si deposita la domanda può determinare l’esito della conversione. Il TAR Lombardia, sede di Brescia, sezione I, con sentenza 20 maggio 2026, n. 701, ha affrontato il problema della conversione del permesso di soggiorno per lavoro stagionale in un titolo per lavoro non stagionale. La decisione ricorda una distinzione essenziale: la conversione non è una nuova domanda di ingresso, ma la modificazione del titolo di soggiorno già posseduto, secondo i presupposti previsti dalla legge.

Il principio espresso dal giudice

Secondo il TAR di Brescia la richiesta di conversione deve essere presentata entro la scadenza del permesso da convertire. Il Collegio ricava tale criterio dalla natura dell’istituto, che presuppone un titolo ancora in vigore, e richiama, come elemento sistematico, l’articolo 6, comma 1, del d.lgs. n. 286/1998, relativo alla conversione dei permessi per studio e formazione. La massima ufficiale contempla, al più, la possibilità di considerare i sessanta giorni successivi alla scadenza in analogia con la disciplina dei rinnovi: non si tratta, dunque, di un termine ulteriore sul quale sia prudente fare affidamento per programmare l’istanza.

Perché la questione è importante

Il passaggio dal lavoro stagionale a quello non stagionale interessa chi abbia costruito un rapporto lavorativo più stabile in Italia. Ma la disponibilità di un datore di lavoro o di una proposta di assunzione non rende irrilevante la condizione amministrativa del richiedente. La data di scadenza riportata sul permesso, la data di effettiva presentazione dell’istanza e la documentazione attestante il possesso dei requisiti devono essere valutate separatamente.

Il provvedimento non va letto come affermazione secondo cui ogni permesso scaduto preclude sempre qualsiasi forma di soggiorno. La massima riguarda specificamente la conversione dal lavoro stagionale al lavoro non stagionale; altre eventuali strade dipendono dai loro presupposti autonomi e non discendono automaticamente dalla pronuncia.

Come impostare correttamente la pratica

La prima precauzione è controllare la durata del permesso, senza attendere l’ultimo giorno utile. Occorre poi verificare i requisiti applicabili al caso concreto, compresi i presupposti lavorativi e le modalità amministrative della conversione. È opportuno conservare la prova della presentazione: ricevuta, protocollo e documentazione trasmessa possono diventare decisivi quando si discute se la richiesta sia stata tempestiva.

Se è già intervenuto un diniego, la difesa deve leggere la motivazione effettiva dell’amministrazione. Un rigetto per tardività pone questioni diverse rispetto a un rigetto per carenza dei requisiti sostanziali. Nel primo caso occorre ricostruire con precisione la cronologia; nel secondo può essere necessario verificare se gli elementi lavorativi siano stati valutati correttamente e se la motivazione sia completa. I termini e la giurisdizione per l’eventuale impugnazione devono essere verificati sul provvedimento e sulla specifica posizione giuridica.

La conseguenza pratica

La lezione della sentenza è concreta: la conversione va pianificata durante la validità del titolo, anziché trattata come un adempimento da avviare soltanto quando il permesso sia scaduto. Una pratica documentalmente completa ma presentata troppo tardi può incontrare un ostacolo distinto da quello relativo al merito della domanda.

Pronuncia: TAR Lombardia – Brescia, sezione I, sentenza 20 maggio 2026, n. 701, Presidente Gabbricci, estensore Fede. Fonte: Giustizia amministrativa, massima e rinvio al provvedimento. La ricostruzione del principio si basa sulla massima istituzionale pubblicata.

Avv. Fabio Loscerbo
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Secondo il TAR Emilia-Romagna, il rinnovo non può essere svuotato di durata dai ritardi

Secondo il TAR Emilia-Romagna, il rinnovo del permesso di soggiorno non può essere svuotato di durata dai ritardi della Questura La sentenza...